Bosco Ospizio:
un albero abbattuto oggi non si restituisce piantandone uno domani
A Reggio Emilia le ruspe sono entrate in un’area che la natura aveva riconquistato in oltre vent’anni.
Ci hanno detto che arriveranno nuovi alberi, nuovi servizi, una nuova “riqualificazione”.
Ma una domanda resta: perché continuiamo a distruggere ciò che è già vivo per promettere di ricrearlo dopo?

Ci sono immagini che fanno male anche se quel luogo non lo abbiamo mai visto.
Una ruspa che avanza.
Un tronco che cade.
Un pezzo di verde che in poche ore diventa terra nuda.
È quello che sta accadendo a Bosco Ospizio, a Reggio Emilia.
Un’area di circa 45.000 metri quadrati che per oltre vent’anni era stata progressivamente riconquistata dalla vegetazione.
Dove l’intervento umano si era fermato, la natura aveva ricominciato il proprio lavoro: alberi, arbusti, ombra, suolo permeabile, piccoli habitat.
Un pezzo di città diventato, semplicemente, vivo.
Il 30 settembre le ruspe sono entrate nell’area.
All’alba.
Con un importante dispiegamento delle forze dell’ordine e con i manifestanti che da quasi due mesi presidiavano il luogo allontanati dal cantiere.
Poi sono cominciati gli sfalci e gli abbattimenti.
Ed è difficile osservare quelle immagini senza provare una profonda amarezza.
“Da quando un ecosistema esistente è diventato intercambiabile con un progetto di verde futuro?”
“Ma verranno piantati nuovi alberi”
È una delle risposte che accompagna il progetto.
Ed è giusto raccontare tutto.
Nell’area non è previsto soltanto un supermercato.
Il piano comprende anche una biblioteca, una Casa della Comunità, ambulatori e un polo sociale.
Sono inoltre previste nuove aree verdi e nuove piantumazioni.
Ma proprio qui nasce la domanda che, come associazione che si occupa di tutela dell’ambiente, sentiamo il dovere di porre.
Un albero adulto non è soltanto un numero dentro una tabella.
È ombra che esiste oggi.
È terreno protetto oggi.
È rifugio oggi.
È parte di un sistema di radici, insetti, uccelli, microrganismi e vegetazione che ha richiesto anni per formarsi.
Piantare nuovi alberi è fondamentale.
Ma piantare nuovi alberi e conservare quelli esistenti non sono la stessa cosa.
E soprattutto non dovrebbe diventare normale il principio secondo cui possiamo eliminare qualcosa che la natura ha costruito per decenni perché, da qualche altra parte o qualche anno dopo, ne pianteremo dell’altro.
Il paradosso dei nostri tempi
Viviamo estati sempre più calde.
Parliamo continuamente di consumo di suolo, biodiversità, adattamento climatico, alberature urbane e necessità di rendere le città più verdi.
Organizziamo giornate ecologiche.
Insegniamo ai bambini a piantare un seme.
Celebriamo la Giornata della Terra.
Mettiamo piccole piantine nei cortili delle scuole e diciamo loro: “Dobbiamo proteggere il pianeta.”
Poi, quando la natura cresce davvero, quando occupa uno spazio, quando diventa grande e persino scomoda rispetto ai nostri progetti, improvvisamente quella stessa natura può trasformarsi in qualcosa da spostare, compensare, sostituire.
Ed è questa contraddizione a fare più male.

Non era un bosco abbastanza “bosco”?
Anche le parole, in questa storia, hanno avuto un peso enorme.
A luglio il TAR aveva respinto la richiesta di sospensione dei lavori, rilevando che nell’area non risultava individuabile un “bosco urbano” secondo i criteri considerati nel procedimento.
Nei primi giorni di ottobre è stata respinta anche la richiesta urgente presentata al Consiglio di Stato per interrompere gli abbattimenti, mentre resta prevista l’udienza collegiale dell’8 ottobre.
È una distinzione giuridica importante.
Ma guardando ciò che esisteva lì viene spontanea un’altra riflessione.
La natura ha bisogno di una definizione amministrativa per meritare di essere protetta?
Un luogo può non rientrare in una determinata categoria normativa e avere comunque un enorme valore ambientale, sociale e affettivo.
La natura, del resto, non legge i piani urbanistici.
Cresce.
Occupa gli spazi che le lasciamo.
E qualche volta riesce perfino a riparare ciò che noi avevamo abbandonato.
Migliaia di persone hanno chiesto di fermarsi
La mobilitazione attorno a Bosco Ospizio non è stata piccola.
Il presidio permanente è iniziato all’inizio di agosto.
Ci sono stati incontri, assemblee pubbliche, manifestazioni, raccolte firme e proposte alternative.
Tra le ipotesi avanzate dagli oppositori al progetto c’era anche quella di trasformare l’area in un bosco urbano di comunità, cercando soluzioni alternative per gli interventi previsti.
Eppure il 30 settembre le ruspe sono entrate.
La discussione continua.
Gli alberi caduti, invece, non possono aspettare l’esito di una discussione.
Sono già caduti.
E gli animali?
Quando parliamo di abbattimento di un’area verde, il nostro pensiero va inevitabilmente anche a loro.
Agli animali che non partecipano alle conferenze dei servizi.
Che non conoscono i confini catastali.
Che non possono presentare ricorso.
🐦 Per un animale selvatico un cespuglio non è “vegetazione spontanea”.
Può essere riparo.
🌳 Un albero non è arredo urbano.
Può essere casa.
🌱 Un terreno non impermeabilizzato non è una superficie in attesa di una destinazione.
È vita.
Ed è anche per questo che vicende come quella di Bosco Ospizio riguardano un’associazione come L’Isola dei White, anche se accadono a centinaia di chilometri da noi.
Perché la tutela degli animali non può essere separata dalla tutela dei luoghi nei quali vivono.
Non è una battaglia contro una biblioteca o contro una Casa della Comunità
Sarebbe troppo facile ridurre tutto a una contrapposizione.
Da una parte la natura, dall’altra i servizi per i cittadini.
Ma è proprio questa alternativa che dovremmo imparare a mettere in discussione.
Una città dovrebbe poter avere servizi sanitari.
Biblioteche.
Spazi sociali.
Attività economiche.
E alberi.
La domanda non dovrebbe essere sempre: “A quale pezzo di natura dobbiamo rinunciare per avere il resto?”
Come possiamo progettare il resto senza continuare a perdere la natura che abbiamo già?
Bosco Ospizio riguarda anche noi
Forse non siamo mai stati a Reggio Emilia.
Forse non abbiamo mai camminato sotto quegli alberi.
Eppure questa storia ci riguarda.
Perché ogni città ha il suo piccolo Bosco Ospizio.
Un prato considerato vuoto.
Una zona cresciuta spontaneamente.
Un filare di alberi che intralcia un progetto.
Un pezzo di terreno che sulla carta appare soltanto come una superficie disponibile.
E ogni volta siamo chiamati a decidere che cosa consideriamo davvero valore.
Noi de L’Isola dei White una risposta ce l’abbiamo.
Crediamo che il progresso non dovrebbe essere misurato soltanto da ciò che riusciamo a costruire.
Dovrebbe essere misurato anche da ciò che abbiamo avuto l’intelligenza di non distruggere.
Perché possiamo piantare mille nuovi alberi.
Possiamo disegnare bellissimi parchi nei rendering.
Possiamo chiamare un intervento “verde”, “sostenibile” o “riqualificazione”.
Ma c’è una cosa che nessun progetto può comprare.
Il tempo.
Il tempo necessario a un albero per diventare grande.
Il tempo necessario alla natura per costruire un habitat.
Il tempo necessario a un luogo per diventare casa.
E quando quel tempo viene cancellato da una ruspa, non basta promettere che un giorno tornerà verde.
Il futuro dell’ambiente si costruisce anche così:
proteggendo ciò che è già vivo.
L’Isola dei White ODV
Tutela degli animali e dell’ambiente
Fonti e approfondimenti
• Comune di Reggio Emilia – comunicazioni sul progetto Bosco Ospizio.
• RaiNews TGR Emilia-Romagna – cronache e aggiornamenti su Bosco Ospizio.
• Il Fatto Quotidiano – aggiornamenti sul ricorso e sugli abbattimenti.
Le fotografie presenti nell’articolo sono immagini di repertorio provenienti da Pixabay e non documentano direttamente Bosco Ospizio.

